Virus: non è una parentesi

                                                        

Essere costretti in casa dal virus coronato ci offre l’opportunità di qualche riflessione in più; non solo sul difficile ed incerto presente dove tutti, rispetto all’imboscata del virus siamo “ come d’autunno sugli alberi le foglie”, ma sulla prospettiva del dopo epidemia. Proprio il prolungarsi della emergenza sanitaria ci spinge a rispondere ad un bisogno di visione del futuro, per far respirare, almeno, la mente e la speranza. La domanda, credo doverosa, da porci è se possiamo ingannarci a tal punto da pensare che il disastro pandemico possa entrare nel novero degli incidenti di percorso, delle parentesi negative della vita, chiuse le quali tutto ricomincia, come prima. La questione non riguarda soltanto il sistema sanitario e di protezione civile, andati troppo in sofferenza, sotto lo shock esterno del virus; per tali essenziali sistemi è fin troppo chiaro che 

“ durante e dopo” la crisi va aumentata fortemente la loro capacità di resilienza, a partire da un numero adeguato di posti letto d’intensiva, nei confronti di future, possibili aggressioni epidemiche o disastri naturali; eventi che chiedono un recupero nazionale ed europeo di capacità produttive “strategiche” di strumenti ed altro materiale sanitario, fuori da logiche di mercato globale e da forniture al massimo ribasso. Sono necessarie, perciò, operazioni in controtendenza rispetto ad un passato di tagli alla sanità pubblica, con investimenti in macchinari, attrezzature e risorse umane: quelle del personale sanitario; cioè le risorse umane, più esposte ai rischi, anche gravi, come ci dicono cronache e statistiche della “guerra” della Covid-19. Poi, non ci sarà, solo, da tamponare una catastrofe economica, soprattutto in alcuni settori totalmente bloccati dalle necessarie misure di contenimento del virus; mentre il paese già faticava a conquistare un “più zero virgola qualcosa” di PIL, dopo l’epidemia ci sarà da risalire da una voragine di ricchezza perduta ( salari, tasse, risparmio, investimenti) di diversi punti di PIL e da un pozzo di fiducia infranta; ci sarà da ricostruire lavoro e risorse d’imprenditività perdute, riconquistare o ricostruire mercati volati via, interni ed internazionali; da conquistare nuovi equlibri fra economia, società e ambiente. Ci sarà da evitare che una crisi economica verticale alimenti nuove ed insanabili fratture nel corpo sociale, scatenando conflitti all’insegna del “ prima io “ e del “ si salvi chi può”. La domanda è: possiamo, chiusa la parentesi pandemica, ripartire con lo stesso modello economico e sociale? Proprio quello che, a livello globale è, come sostengono molti scienziati, fra le cause che hanno favorito, con la rottura degli equlibri ecosistemici, il salto di specie del virus e la sua diffusione. Uno sforzo serio, per aprire almeno un percorso di transizione tra il modello attuale ed un sistema di vita umana sul pianeta più sostenibile, appare necessario ed urgente. Le Nazioni Unite, con la loro Agenda 2030, per lo sviluppo sostenibile, hanno indicato con chiarezza la strada ed il modello da seguire; s’impone, ormai, una nuova economia, decarbonizzata, green e circolare; sono necessari piani di rigenerazione urbana per le nostre città. Lo stesso Papa Francesco, con la sua Enciclica “Laudato sí “, indica soluzioni simili difronte alla sfida inedita della sostenibilità. Come per il  Corona  Virus, facciamo una cosa semplice e razionale: ascoltiamo gli scienziati, fidiamoci delle vere competenze. Solo loro e la buona politica hanno la lanterna per fare luce e portarci fuori dal tunnel. L’emergenza generale del virus che ci colpisce ci ha fatto riscoprire, inoltre, il valore immenso ed insostituibile della comunità; senza la comunità solidale e responsabile non c’è difesa dai rischi più grandi: oggi il virus, domani un disastro naturale o gli effetti della crisi climatica. Questo ritrovato senso di comunità locale e nazionale, di comunità umana coesa, del valore del collettivo, può essere la risorsa di volontà sociale e di spinta dal basso che è indispensabile, insieme alle competenze ed a decisori pubblici lungimiranti, per avviarci sul sentiero della transizione, dove in gioco, con il “sistema” da cambiare sono gli stili di vita e le aspettative, le relazioni con la natura e con “l’altro” che ciascuno di noi intrattiene. Se vogliamo costruire il futuro, la “parentesi” del virus non potrà  essere chiusa; deve restare aperta per darci tutti gli elementi di riflessione e la spinta necessaria per lavorare al domani dell’umanità.

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