Tagliare le emissioni … a casa loro

I recenti impegni presi, in sede ONU, da almeno 60 paesi, fra i quali l’Italia, per ridurre drasticamente, entro il 2050, le emissioni di gas serra, si caratterizzano per essere stati annunciati da paesi sviluppati e di “prima industrializzazione”, fra i quali molte nazioni europee. A parte il fatto, estremamente preoccupante dello spostamento all’anno 2050 di misure ritenute urgentissime dall’ONU, per non aggravare i mutamenti climatici in atto, già devastanti in alcune aree del mondo ( ghiacci perenni che di sciolgono, deserti che avanzano, fenomeni atmosferici estremi che aumentano di frequenza ed intensità ), contraddicendo la data limite fissata nell’Agenda 2030, c’è un’altro aspetto da sottolineare. Tali impegni, per di più procrastinati, riguardano paesi nei quali le produzioni industriali più inquinanti stanno diminuendo per effetto del l’affermarsi di modelli di sviluppo più orientati verso i servizi e verso attività manifatturiere basate su “filiere lunghe”, con le quali le produzioni più inquinanti vengono spostate nei paesi in via di sviluppo, con scarsissimi controlli di tipo ambientale e sociale. Perciò i paesi che oggi dicono di voler diventare climaticamente virtuosi entro il 2050, in realtà stanno spostando le loro emissioni verso i paesi di nuova industrializzazione, sia con la delocalizzazione sia, semplicemente, importando manufatti e beni di consumo da tali aree del mondo. Così si sposta il problema invece di affrontarlo e risolverlo. Ciò che serve, pertanto, è un grande piano di adeguamento per la sostenibilità ambientale delle fabbriche aperte in tali paesi, che non potrà essere attuato senza il concorso dei paesi virtuosi; paesi che non potranno limitarsi ad esserlo, virtuosi, a casa propria ma anche a “casa loro“.

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