Perché vada tutto bene …

Perché possa “ andare tutto bene”

Tutti ci affanniamo a scrivere su cartelli scaramantici e a dire a noi stessi che “andrà tutto bene”. Per evitare delusioni ed ancor più amari risvegli dobbiamo osservare alcuni dati e fenomeni di fondo e farci qualche scomoda domanda. Un “cervello” come Bill Gates, da anni sostiene che uno dei rischi di ecatombe, difronte al quale sta l’umanità, oltre agli armamenti atomici, è proprio la diffusione incontrollabile di nuovi virus e conseguenti pandemie, come, anzi, peggio di quella del Covid-19. Dovremmo provare a capire perché questo pericolo antico ( le pesti raccontate dalla storia ), oggi e nel prossimo futuro si fa più minaccioso ed incombente. I salti di specie dei virus, che trovano  in tanti animali i loro portatori sani, si sono fatti più frequenti, negli ultimi cento anni: Spagnola -1920; Asiatica – 1952; Hong Kong – 1968; Aviaria e SARS a più riprese – 1997, 2003, 2009; MERS – 2012; Ebola – 2014; Zika – 2007 e 2016. Ed oggi, il nuovo Coronavirus saltato in noi umani dai pipistrelli, facilitato, forse, dai mercati senza igiene di Wuhan. Questa sequenza impressionante di eventi infettivi, dalle conseguenze più o meno gravi per l’uomo, ci deve spingere a farci qualche domanda sull’alterazione degli ecosistemi e degli equlibri climatici, nonché sulla pressione che la nostra presenza e le attività umane esercitano sugli ambienti naturali degli animali, portandoli a situazioni inedite di promiscuità e di scambio biologico conseguente. Nell’immediato dopoguerra, la popolazione del mondo era meno di tre miliardi, oggi abbiamo superato i sette miliardi e mezzo e, nel 2030, potremmo diventare undici miliardi. Pensare  che questa continua esplosione demografica, che si accompagna e causa gli ormai insostenibili aumenti della concentrazione di CO2, in atmosfera, non abbia degli effetti sconvolgenti sugli ecosistemi naturali degli animali, significherebbe non avere contezza del profondo legame e dei delicatissimi equlibri che regolano la vita di tutte le specie animali, compresa la nostra, nella biosfera che ci ospita. Chiederci se la crisi climatica, l’aumento delle temperature, lo stress cui sono sottoposti tanti ecosistemi non abbia favorito e non possa favorire in futuro altri e più letali salti di specie di virus ed altri patogeni è perciò una domanda legittima e doverosa. La diffusione e la virulenza delle infezioni pandemiche, inoltre, possono, inoltre, essere facilitate da un’altro fenomeno di alterazione ambientale, cioè l’inquinamento da polveri PM 10 e PM 2,5, da particolato di metalli pesanti e tossici in atmosfera, da Ossidi di azoto, carbonio e zolfo, da Ozono, Cov ed altri inquinanti prodotti dalle attività umane e che si concentrano soprattutto nelle città. È stato osservato che Wuhan, le aree padane e venete più colpite dal Coronavirus e le città coreane dov’è esplosa l’epidemia hanno un carattere in comune, oltre alla densità residenziale e produttiva: un alto inquinamento atmosferico. Così diversi scienziati sono già al lavoro per capire quali possono essere i fattori di aggravamento delle epidemie ( diffusione e letalità ), in presenza di forte inquinamento dell’aria. Si è scoperto ad esempio che le affezioni polmonari causate dalle polveri ultrafini, cioè le PM 2,5, causano una reazione eccessiva del sistema immunitario alla infiammazione del tutto simile ( la “tempesta “ di citochine ) a quella che si riscontra nelle polmoniti interstiziali scatenate dal  Coronavirus; quella tempesta che distrugge alveoli e riempie di liquido i polmoni, con le conseguenti, spesso tragiche, crisi respiratorie. Perciò, l’infiammazione cronica da polveri sottili, in pazienti residenti in zone inquinate, potrebbe sommarsi a quella acuta prodotta dall’attacco del virus, trovando, con una funzione polmonare già compromessa, strade già aperte per la reazione eccessiva del sistema immunitario. Inoltre, si ipotizza che il particolato ultrafine possa svolgere una funzione di “ trasportatore” del virus fin dentro gli interstizi degli alveoli polmonari. I due aggressori, dunque, virus e sostanze inquinanti si danno una mano nel mettere in crisi i polmoni di coloro che sono colpiti.  Oggi, puntiamo sul potenziamento dei presidi sanitari (vaccini,  mascherine, respiratori, ec. …) e su misure di “distanziamento sociale”, cioè d’isolamento delle persone per fronteggiare questa travolgente pandemia del nuovo virus. Come è già accaduto in Cina, speriamo che tali misure riescano a farci uscire dal tunnel della diffusione epidemica che miete vittime, distruggendo lavoro ed economia. Tuttavia, per il futuro, dovremmo chiederci se solo su questo potremo contare per affrontare simili shock globali. Si impone, ormai, una riflessione profonda sul modello di società e di sviluppo che ci sta portando in questo vicolo cieco. Se siamo noi la causa delle difficoltà, per la salvaguardia della vita e per la tenuta della società in cui viviamo, solo noi possiamo e dobbiamo intervenire con profonde correzioni di rotta. È stato detto che l’Umanità, oggi si trova  in un vascello che imbarca acqua, con un nocchiero che non sa quale sia la rotta per trovare un porto sicuro. Mentre svuotiamo lo scafo dall’epidemia, cerchiamo anche di alzare gli occhi per capire dove andare per salvarci davvero. Oggi e per il domani.

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