Desertificazione in cammino

Desertificazione, l’Italia rischia di perdere il 20% del territorio. E su 10 litri d’acqua 4 vanno sprecati

Il ponte di barche sul Ticino in secca, il 5 aprile 2019. Miguel Medina/AFP/Getty Images

In occasione della giornata mondiale della desertificazione,organizzata dall’Onu il 17 giugno, i media generalisti hanno divulgato una serie di articoli allarmistici relativi alla desertificazione del territorio italiano, che Coldiretti stima essere imponente, dichiarando a rischio il 20% della superficie del nostro paese.

Un tema delicato e pieno di sfaccettature che merita un approfondimento che lo renda misurabile con precisione, a partire dal concetto medesimo di desertificazione.

Cos’è la desertificazione

Una definizione autorevole la dà l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (Apat), agenzia nazionale governativa nata nel 1999 e che, a partire dal 2008 e insieme all’Istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs) e all’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram) è confluita nell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) con decreto legge 112 del 25 giugno  2008.

La desertificazione, dice l’Apat, ha cambiato la propria accezione comune dal mero avanzamento delle sabbie e delle condizioni climatiche e vegetazionali tipiche dei deserti, fino ad assumere il significato di insieme di processi che portano al declino delle potenzialità del territorio non più riconoscibili soltanto dai paesaggi desertici ma riconducibili anche a diversi altri indici tra i quai, per esempio, carestie e spostamenti di popolazioni (fenomeno meglio noto con il nome di “migrazione climatica”).

Con il passare degli anni il fenomeno della desertificazione assume quindi connotazioni più specifiche, profonde e misurabili.

La dottoressa Anna Luise dell’Ispra ci fornisce una definizione ancora più ampia di desertificazione:

È il grado estremo di degrado del suolo, dovuto a cause climatiche e a cause antropiche (scatenate dall’uomo, nda). Un degrado che si misura in perdita di produttività biologica e geologica mentre le cause climatiche trovano riscontro nelle disponibilità idriche e nelle temperature”.

Per non rimanere legati alla definizione ed entrare nel merito dei suoi significati:

Il degrado influisce negativamente sui servizi eco-sistemici forniti dal suolo, causandone alterazioni anche molto profonde talvolta irreversibili o difficilmente reversibili. Una forma severa che implica la perdita della capacità dell’ecosistema di sostenere forme produttive di agricoltura, zootecnica e silvicoltura di rilevanza economica”.

La situazione in Italia

Il 21% del territorio dello Stivale è a rischio? La fotografia scattata da Legambiente è cruenta: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia sono le regioni a maggiore rischio. L’11% del territorio della Sardegna è già stato colpito dalla progressiva desertificazione, mentre la superficie totale a rischio è del 52%.

Sono dati attendibili? Secondo la dottoressa Luise vanno fatte alcune precisazioni:

Il dato sulla superficie totale a rischio in Sardegna appare un po’ esagerato, il 21% è più puntuale. Ma non si tratta di avanzamento delle sabbie, quanto della perdita di produttività del suolo. Va considerato che sono dati da prendere sempre con le molle perché sono valutazioni dipendenti dall’aggiornamento delle variabili climatiche che sono sempre in mutamento e, mano a mano che si accumulano dati le previsioni diventano sempre più attendibili e mostrano trend preoccupanti”.

Non è una novità che quelle elencate sopra siano le regioni esposte a maggiori rischi: sono state inquadrate come tali dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) con delibera 229/29 del 21 dicembre 1999, quindi 20 anni fa. Qui però, almeno per quanto riguarda lo Stivale, va fatta una distinzione utile a comprendere meglio: il Cipe ha chiesto all’Università di Sassari un lavoro per l’individuazionedi una strategia per la lotta alla desertificazione. In questo studio viene anche definito il termine “aridità”, concausa e complice della desertificazione, individuandola quando le piogge apportano un contributo al terreno in misura inferiore al 65% rispetto a quanto l’evaporazione sottrae al medesimo terreno.

Soffre soprattutto il Sud ma di mali comuni: il degrado del territorio, l’erosione, le risorse idriche, la salinizzazione, gli incendi, l’aridità, la siccità e l’erosività delle piogge.

Il Mediterrano è considerato un climate change hot-spot, cioè una delle aree più a rischio di cambiamenti climatici estremi”, chiosa la dottoressa Luise.

Relativamente all’erosività della pioggia, all’aridità e alla siccità (eventi climatici) va anche sottolineato chel’intervento dell’uomo ha ulteriormente reso instabili e fragili degli equilibri ambientali già delicati i quali, al posto dello sfruttamento, necessitano di interventi per la loro conservazione.

I mali che affliggono il nostro territorio hanno livelli differenti di reversibilità e non risparmiano né le città né le zone rurali le quali, nel corso degli ultimi 3 decenni, si sono dedicate all’aumento produttivo degradando così il suolo. Ci sono però anche motivi non riconducibili direttamente all’uomo, tra questi l’esposizione all’irradiazione solare di alcune zone – che non aiuta la rigenerazione naturale della vegetazione e – non da ultimo, le pendenze di talune altre zone che non permettono un corretto assorbimento idrico. La copertura vegetale, se messa in stato di degrado, contribuisce all’impoverimento delle proprietà del suolo. Questa condizione non è rara nelle aree mediterranee, dense di ecosistemi fragili.

L’uomo apporta il suo contributo, relativamente soprattutto all’uso poco accorto delle risorse idriche che, contrariamente a quanto si possa pensare, mettono sotto stress non solo il Sud ma anche Trentino, Valle d’Aosta e Liguria.Negli ultimi 10 anni si è prelevato dai corpi d’acqua superficiali il doppio della quantità di acqua normalmente prelevata. L’aumento dei fabbisogni idrici è da imputare, almeno in parte, alle politiche agricole imposte dall’Ue. Un fenomeno che indebolisce le falde e facilita la deforestazione.

La dottoressa Luise ha un’idea per frenare questo fenomeno:

L’acqua destinata all’agricoltura dovrebbe costare di più, affinché venga usata in modo parsimonioso e con tecniche di irrigazione adeguate”.

L’Italia è attanagliata anche da un altro problema, relativamente alle risorse idriche. La dispersione di acque che, secondo il Fondo ambiente italiano (FAI) è del 41% circa e che necessita di investimenti pesanti. Una dispersione che avviene già negli acquedotti, per poi ingigantirsi quando le acque percorrerono le reti idriche.

Il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Gian Marco Centinaio ha stanziato 900 milioni di euro per salvaguardare il patrimonio idrico:

Il ministro ha finanziato consorzi di bonifica che gestiscono la distribuzione di risorse idricheTroppo presto per sapere se questo denaro è stato impiegato bene– sottolinea la dottoressa Luise – è presto per tirare le somme ma, a prescindere, gli investimenti per ammodernare la rete idrica sono necessari”.

Questi dati vanno contestualizzati alla luce di ciò che il settore primario (agricoltura e pastorizia) rappresenta per l’Italia: nel primo trimestre di questo 2019 (dati Istat) il suo peso rapportato al Pil è cresciuto del 2,9% (il triplo degli altri due comparti economici). Una forte debilitazione delle capacità produttive del suolo avrebbe ricadute pesantissime sull’economia nazionale e sull’impiego.

La situazione in Europa e l’impegno

Nel 2012 è stato stimato che il 22% del territorio europeo è soggetto a erosione (mostrando quindi valori in linea con quelli nostrani). Nell’ultimo decennio, il tasso di perdita del suolo in Europa è diminuito, in media, del 9,5 %, e del 20 % per quanto riguarda i seminativi (terreni per la coltivazione e privi di alberi). Ma questo dato, da solo, mostra soltanto parte del problema.

La Convenzione per la lotta alla desertificazione (Unccd), siglata nel 1994 ed entrata in vigore a fine 1996, ha contribuito alla diffusione e alla sensibilizzazione in materia di desertificazione ma, ciò nonostante, la Commissione europea non ha un quadro limpido della situazione e le contromisure proposte rispecchiano questa mancanza di lucidità. È poco probabile quindi che, entro il 2030 così come desiderato e imposto nel 2015, gli Stati membri raggiungeranno l’obiettivo di rendere neutro il degrado del suolo.

Non esiste un’unica strategia comunitaria, ci sono diverse strategie supportate da piani di spesa che toccano la politiche comuni i materia di agricoltura, foreste e  cambiamenti climatici.

Neppure le ricadute suonano nuove. Nel 1985 nel palazzo di vetro delle Nazioni unite si è parlato di rifugiati ambientali.Oggi, benché si parli di migranti climatici, le condizioni preventivate si sono puntualmente verificate. La Banca mondiale stima che, entro il 2050, la migrazione climatica interesserà 143 milioni di persone che oggi vivono nel triangolo formato dall’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e l’America del sud, costrette a spostarsi dai rispettivi luoghi di origine resi invivibili e non fruttiferi a causa dei cambiamenti in corso. Un fenomeno che i paesi industrializzati partecipanti alle conferenze sulle variazioni climatiche (Cop) intendono lenire con l’erogazione di denaro ma che, stando almeno alle previsioni, viene curato in modo approssimativo. Milioni di persone che vorranno occupare o accasarsi in altri territori, con il rischio massiccio che questo sfoci in guerre e combattimenti e la conseguente fuga di persone verso parti del globo ritenute più accoglienti e tranquille.

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